
Domani questo blog compie quattro anni, e se l'anno scorso ho fatto passare sotto silenzio la ricorrenza, quest'anno ho pensato di farmi/gli due regali.
Il primo sarà un piccolo restyling, ma piccolo piccolo, al quale mi dedicherò nel fine settimana. Perciò se troverete il blog off line, sappiate che durerà solo per qualche ora e sarà solo perché si sta un po' imbellettando.
Il secondo è una polemicuzza pure lei piccola piccola che mi sta in gola da qualche tempo e ho trattenuto anche troppo a lungo, e adesso è stata rinfocolata da due evenienze:
il recente post di Maricler, le cose che ho letto in alcuni siti web riguardo ai bloggers a Identità Golose. (E' inutile che scorriate la pagina fino in fondo: non c'è ricetta, non oggi :-)).
I bloggers. Uso questa parola con difficoltà. I bloggers sono persone, come tali sono tutti diversi. I bloggers non sono un categoria, e la ragione è semplice: tutti possiamo aprire un blog. Nessuno ci chiede un titolo, un foglio di carta che attesti i nostri requisiti, referenze, una licenza. I bloggers sono tutti, possono essere tutti.
Eppure, per qualcuno siamo una categoria. Per lo più meritevole di dispregio e di essere bersagliata con frizzi e lazzi.
Si è parlato, in occasione di IG, delle bloggers (femmine, ovvio; i maschi sembra nemmeno esistano) come groopies, garrule ochette, fanatiche in gara per la foto con lo chef, olgettine della cucina e chi più ne ha più ne metta.
Ora, io non dubito che, come in ogni gruppo umano comprendente centinaia se non migliaia di persone, ci si trovi di tutto. Ma dubito invece, e tanto:
a) del disinteresse e della serenità di spirito di chi scrive cose di questo genere;
b) della sua effettiva conoscenza del fenomeno;
c) della sua capacità di analisi, affogata in un mare di pregiudizi e di generalizzazioni da autobus o da bar dello sport.
Sarò la più cretina tra le bloggers. Non mi interessa essere stralciata dal novero delle veline da congresso. Ciascuno pensi di me ciò che crede. Solo che, ecco, non escludendo affatto la possibilità che io sia cretina, mi piacerebbe sapere perché. E non ritrovarmi imputata di una serie di nequizie così, d'ufficio. E' come se qualcuno facesse come Totò quando, in alcuni film, discute animatamente con un tizio e poi conclude con: "Lei è cretino! S'informi!". E allora io che sono una personcina coscienziosa provo a informarmi.
A mio carico diverse accuse. E' vero che, contrariamente a quanto si scrive dei bloggers, non tampino lo chef per farmi fotografare o per instaurare un dialogo, ma se ho un blog si vede che forse lo faccio e non me ne accorgo. Chissà, senz'altro, come no.
E poi scatto foto. Ahimé, questa pare essere una responsabilità grav
errima. Ne scatto tante. In realtà perché come fotografa faccio pena e spero che tra cento ne vengano fuori due pubblicabili per una fortuita e fortunata congiunzione astrale. Ma comunque ne scatto tante e questo, scopro, è male.
Non solo: vado in giro per stand ad assaggiare prodotti. Ciò fa di me un veicolo pubblicitario, inconsapevole e irrimediabilmente idiota. Chiedo venia: pensavo che gli stand degli espositori fossero là a scopi benefici, per foraggiare un'umanità che fatica a mettere un piatto in tavola però paga alcune centinaia di euro per accedere a IG. Ora sì che mi avete illuminata. Ma per favore.
Per quanto mi riguarda, non credo che la pubblicità ed il commercio siano il male assoluto. Francamente, se trovo un prodotto notevole non ho difficoltà a citarlo, come ho fatto con la macelleria Zivieri nel
post su IG. Forse chi scrive cose del genere farebbe meglio a interrogarsi su quanto procuri indirettamente benefici a produttori di immondizia sedendosi a guardare un varietà in TV. Conosco produttori di cose meravigliose che hanno difficoltà a sbarcare il lunario. Incontrarli, parlarne, è per me cosa non solo utile, ma necessaria. Con buona pace di coloro che credono che
dorma con la zizza in bocca (modo di dire partenopeo, non proprio signorile, che significa pressappoco vivere nel mondo dei sogni), so bene che anche IG è una vetrina pubblicitaria (ma no, non mi dire, non lo avrei mai creduto).
E allora? Quale evento non lo è? E perché questo diventa rilevante solo quando ci sono di mezzo i bloggers?
In quanto blogger, qualunque cosa si creda, non ho mai, e sottolineo mai senza tema di essere smentita, percepito compensi da alcuno per parlare di un prodotto, in nessuna forma. Lo faccio quando ne trovo uno che secondo me merita una segnalazione, di mia iniziativa e non perché qualcuno mi imbecca.
Se poi la questione assume rilevanza perché il blogger è percepito come uno sprovveduto che abbocca alle sirene pubblicitarie inconsapevolmente e perché si sente gratificato, ribadisco: le generalizzazioni fanno pietà.
"Dire e dirsi foodblogger", è il titolo del post di Maricler. Orbene, io non mi dico foodblogger e a stento lo dico di altri perché sono una persona, siamo delle persone, che ha/hanno un blog che si occupa di cibo, cucina, gastronomia. Essere è un'altra cosa, si è perché si è riusciti ad accedere ad una categoria possedendo dei titoli di qualche genere. Che poi anche nelle categorie professionali, che prevedono il possesso di un titolo, ci siano tanti cretini (lei è un cretino, s'informi), è un'altra storia.
Però, e lo dico con estrema franchezza, alcune stizze le capisco. Se fossi un giornalista professionista che si interessa dell'argomento da trent'anni, un tantino mi darebbe fastidio vedere una pattuglia di persone spuntare dal nulla e pretendere di contendermi il ruolo, così come mi darebbe fastidio, se fossi un cuoco, trovarmi a veder giudicato il mio lavoro da qualcuno che magari fino a ieri mangiava pastina in brodo di dado e non ha esperienza né conoscenza della ristorazione. E' vero che il cliente giudica comunque, ma è anche vero che il suo giudizio non finisce, di norma, su pagine visitate da qualche centinaio di persone. Perciò scelgo di parlare di ristoranti di rado, e solo quando mi sono piaciuti.
E allora, cosa concludere? Che il foodblogger, secondo me, non esiste. Che esistono degli individui, tutti diversi, che hanno un blog. Esiste Giovanna, esiste Giuseppina, esistono Genoveffa e Cunegonda. Esistono persone che hanno affinità tra di loro, altre che, pur avendo un blog del
food (!!! oddìo, mi viene una crisi allergica) non ne hanno alcuna. Esistono quelli che, a mio parere, sono bravi, altri meno, e quelli che sono bravi a parere di Pinco Pallo, che non sono gli stessi che considero bravi io; altri, anche per Pinco Pallo, lo sono meno.
E sinceramente le etichette, come dicevo altrove, mi hanno fatto sempre un po' schifo, continuano a farmi abbastanza schifo, e quella di foodblogger non fa eccezione.
Persone che stimo sottolineano che alcuni aprono un blog solo per guadagnarsi l'accesso agli eventi mondani o a fini di futuro lucro; non ne dubito, ma secondo me è il metodo, in queste considerazioni, che è sbagliato. Non si tratta di distinguerci chiamandoci fuori, dicendo "Io no, io non sono così": si tratta di far cessare l'uso di considerarci come un tutto, un insieme indifferenziato, e rivendicare la nostra identità come individui, tutti differenti. Individui che hanno un blog. Come potrebbero avere una Renault, i dischi dei Rolling Stones o una passione per il pollo allo spiedo. Nessuno considererebbe un tutto unico i possessori di una Renault.
Comunque, se qualcuno mi chiama olgettina et similia, prima di tutto gli mollo un'occhiata incenerente per trattenermi dal mollargli un cazzottone, poi lo invito ad andare in analisi da uno bravo e infine lo escludo dal mio elenco degli esistenti in vita. Figurarsi poi se tra i detrattori scovo una persona che fino a ieri è stata attaccata al biberon e che, pensa tu, scrive su un blog... Ma mi faccia il piacere, così l'avrebbe liquidata Totò. Una messa a punto della sua considerazione di sé sarebbe decisamente opportuna.
Solo un'ultima cosa: a me Identità Golose piace perché è un'occasione per riunire tutte insieme, e avvicinare tutte insieme, delle realtà culinarie che non si ha la possibilità di conoscere, non tutte, non spesso, in altro modo. Se, come afferma un commentatore di uno degli articoli che tanto disprezzano i blogger, non usassi pagare al ristorante ("Questi non pagano da nessuna parte" è l'elegante affermazione, e ringrazio per la signorilità del "questi"), probabilmente non avrei necessità di eventi come IG, giacché me ne andrei allegramente in giro per stellati una volta o più alla settimana. Ma sfortuna vuole che io, al ristorante, paghi. E perciò me ne concedo uno, di quelli costosi, solo ogni tanto. E figurarsi se potrei NON pagare solo perché ho un blog... Tra l'altro, il mio spiccato senso del ridicolo mi impedisce, entrando al ristorante, di dichiarare che scrivo su un blog, come se a qualcuno dovesse importare qualcosa.
Ma il senso del ridicolo dev'essere diventato merce rara, se qualcuno crede che mi stendano il tappeto rosso quando vado a cena, cosa che, tra l'altro, faccio per piacere, in compagnia, e non certo perché devo riempire il blog.
Buon compleanno, Lost, con l'augurio che non ti tocchi più ospitare post come questo...
P.S.: Per l'occasione ho dovuto creare un nuovo tag: "Polemiche inutili". Vi ricorda qualcosa? E' ciò che c'è scritto su una delle cartelline in cui, nel film "Aprile", Nanni Moretti racchiude ritagli di giornale a futura memoria di stupidaggini, vergogne, schermaglie e varie vanità dei nostri tempi.